L'Intervista a Paolo Zonta
Un ritratto intimo del Maestro Kubik tra rigore professionale e calore umano
(Intervista raccolta da Angelica Pellarini a margine del concerto del 28 marzo 2010 al Teatro Palamostre di Udine)
Domenica 28 marzo 2010, dopo il successo dello spettacolo Va' vilote puartade dal vint al Palamostre di Udine, abbiamo avuto il piacere di intervistare il signor Paolo Zonta di Ronchi dei Legionari, storico membro del Coro della Società Filarmonica "G. Verdi". Il signor Zonta ha avuto il raro privilegio di conoscere personalmente il maestro Rodolfo Kubik e di cantare con lui come solista.
Signor Zonta, come è nata la sua amicizia con il Maestro Kubik?
«Il Maestro, che visse a Ronchi da giovane, vi ritornò molte volte a partire dagli anni Sessanta. Ricordo la sua esecuzione dell’oratorio di Tomadini nel 1964, e i concerti di fine anni Sessanta con il suo coro argentino. Nel 1980, in occasione dell’Agosto Ronchese, organizzò un grande concerto a cori riuniti. Un giorno mi guardò e mi chiese in dialetto: "Arriva al si?" (Arrivi al sì naturale?). Io gli risposi di sì. Allora ci mettemmo al pianoforte, mi mostrò alcuni spartiti e iniziammo a provare. Da quel momento nacquero una stima e un’amicizia reciproca bellissima. Ho cantato con lui come solista e ha voluto dedicarmi tre canti in bisiaco e uno in friulano.»
Com'era Kubik come musicista e direttore d'orchestra sul palco?
«Quando dirigeva era severissimo, estremamente esigente. Aveva delle mani piccole, ma quando si sedeva al pianoforte capivi immediatamente che era nato per quello. Riusciva a trarre dallo strumento suoni dolci e melodiosi che regalavano emozioni indescrivibili. Questa sua severità sul lavoro non era apprezzata da tutti, ma da me sì. Ho sempre pensato che più i maestri sono severi e rigorosi, migliori saranno i risultati che si riescono a ottenere con la disciplina.»
E com'era invece nel privato, a tu per tu?
«Nel privato era l'opposto: una persona squisita, dolcissima, sempre con il sorriso e uno sguardo accogliente. Conservo ricordi meravigliosi delle cene a casa mia. In una lettera che scrisse a mia moglie dall'Argentina si percepisce tutta la sua straordinaria sensibilità e la ricchezza del suo animo, la stessa sensibilità che gli ha permesso di comporre musiche così meravigliose. Dopo le prove ci piaceva andare a bere un bicchiere insieme. Lì si rilassava e ci raccontava storie bellissime sulla sua terra, sulla musica, o sugli zingari — che pur non sapendo leggere lo spartito riuscivano a trarre dal violino suoni divini. Ma raccontava anche della miseria nera che aveva vissuto e di quanto avesse sofferto per la lontananza dalla sua famiglia.»
Ci può raccontare un aneddoto particolare che descrive bene la sua sensibilità?
«Certamente. Eravamo alle prove per l'Agosto Ronchese e c'erano molti cori riuniti. Tra questi c'era un gruppo di ragazze che cantava in maniera del tutto spontanea, senza alcuna preparazione tecnica. Il Maestro si accorse di loro, decise di interrompere le prove generali e andò a dedicarsi interamente a quel gruppo di ragazze. Dopo pochissimo tempo, grazie alla sua guida e alla sua empatia, quelle voci spontanee si trasformarono in un coro di angeli. Questo era il vero miracolo del Maestro Kubik.»
